Guida illustrata lungo una strada incerta

Dipinti di Rezan Arab. Foto: Silvia Colombo

Attraverso dipinti, sculture, video, installazioni e lavori tessili gli artisti interpretano il loro viaggio dalla guerra civile in Siria verso un Paese sconosciuto. Silvia Colombo ha visitato la mostra collettiva “Tankar på en oviss väg” curata da Abir Boukhari e allestita presso la galleria Havremagasinet di Boden.

“Come ci si sente a essere costretti a lasciare la propria casa, esposti a grossi rischi lungo la strada verso chissà cosa, ad arrivare in un posto di cui non si conoscono né la cultura, né la lingua, lontano da casa, senza amici e famiglia?”.

Questa la citazione che si legge non appena varcata la soglia della stanza che ospita la mostra Tankar om en oviss väg (Pensieri su una strada incerta), curata da Abir Boukhari e allestita presso lo spazio espositivo Havremagasinet di Boden fino al 22 maggio 2021. Una frase semplice ma di grande impatto, in grado di attivare una serie di domande e di pensieri che hanno a che fare con la difficoltà di comunicare qualcosa più grande di noi. Da subito, ancora prima di entrare nel vivo dell’esposizione, vengono messi in gioco ricordi, sentimenti e paure difficilmente esprimibili a parole – ancor più se in un’altra lingua e qualora non condivise da altri. “Le parole non bastano” per esprimere che cosa si prova a scappare da una catastrofe come la guerra civile in Siria. “L’arte, invece, è un linguaggio condiviso capace di raggiungere l’altro” – aggiunge Abir. Questo il carico emozionale da cui partire. Immediato e diretto. A esso, poi, si deve aggiungere quello visuale: i lavori di cinque artisti che, in modi e con tecniche diverse, hanno materializzato il loro viaggio lungo “una strada incerta”. Si sa da dove si parte, ma non si conosce ciò che sta per accadere.

Pittura, scultura, installazione, video e ricamo diventano la guida illustrata di un viaggio obbligato verso un esilio sconosciuto, dove la distanza, lo scorrere del tempo e la memoria sono alcune delle tematiche ricorrenti. Sono le fondamenta che permettono alle storie degli artisti di intrecciarsi e di diventare una. Quella di tutti e di nessuno che prende vita coi lavori pittorici di Mahmoud Dayoub, per poi continuare con il video The Blue Was more Distant than the Sky (2020/2021) di Nisrine Boukhari.


Muhammad Ali, A Step Into Nowhere. Foto: Peter Rosvik

Assume poi la forma dei dipinti di Rezan Arab, che sono un mix paradossale di iperrealtà e virtualità. L’artista interpreta su tela la sua vita digitale, ritraendo i suoi cari esattamente come li vede: mediati dallo schermo del telefono che rimanda una quotidianità distante e dolorosa. Al tempo stesso con e senza filtro. Qui l’attenzione lenticolare dell’artista non tralascia nulla: il bello, il nostalgico, così come l’imperfezione e il brutto. Proprio come la vita. Ed ecco che i volti dei suoi cari si sovrappongono ai numeri della tastiera del telefono, alle icone dei social network o sono deformati da una pixellatura evidente.

Si passa poi dalle due alle tre dimensioni, con l’installazione A Step into Nowhere (2021) di Muhammad Ali. In una stanza in bianco e nero alcuni oggetti impilati vengono assaliti da piccoli esserini provenienti da chissà quale dimensione fantastica. Mentre l’orologio fermo e la stanza chiaramente disabitata alludono a uno spazio remoto, l’accumulo oggettuale è un riferimento a un trasloco imminente, oppure passato – si è interrotto o non è mai avvenuto?

L’ultima tappa di questa avventura delicata è riservata a una serie di mappe di Damasco ricamate in diversi colori da Diana Jabi. Anche in questo caso, lo scorrere lento del tempo (quello impiegato per la realizzazione dell’opera) si sovrappone alla volontà mnemonica dell’artista, che ripercorre su tela le strade della sua città, punto dopo punto, alla ricerca di casa (Home Sweet Home, 2016). Alla volta di una riappropriazione, poetica e spirituale, delle sue radici.
Ed è proprio questo il senso di tutta la mostra: perdersi per poi ritrovarsi, anche in una dimensione nuova e sconosciuta.

Silvia Colombo • 2021-05-04
Silvia Colombo är konsthistoriker, museolog och skribent bosatt i Luleå. Har ett särskilt intresse för tvärvetenskapliga forskning om konst, politik, musei- samt minnesstudier.


Lyktan är en flerspråkig kulturtidskrift med ett särskilt intresse för mötet mellan språk. Med utgångspunkt i ”konst för alla” skriver vi om konst, kultur och flerspråkighet. Vi är politiskt och religiöst obundna och drivs fristående med Konstfrämjandet Västmanland som huvudman. Kontakta oss

Guida illustrata lungo una strada incerta

Dipinti di Rezan Arab. Foto: Silvia Colombo

Attraverso dipinti, sculture, video, installazioni e lavori tessili gli artisti interpretano il loro viaggio dalla guerra civile in Siria verso un Paese sconosciuto. Silvia Colombo ha visitato la mostra collettiva “Tankar på en oviss väg” curata da Abir Boukhari e allestita presso la galleria Havremagasinet di Boden.

“Come ci si sente a essere costretti a lasciare la propria casa, esposti a grossi rischi lungo la strada verso chissà cosa, ad arrivare in un posto di cui non si conoscono né la cultura, né la lingua, lontano da casa, senza amici e famiglia?”.

Questa la citazione che si legge non appena varcata la soglia della stanza che ospita la mostra Tankar om en oviss väg (Pensieri su una strada incerta), curata da Abir Boukhari e allestita presso lo spazio espositivo Havremagasinet di Boden fino al 22 maggio 2021. Una frase semplice ma di grande impatto, in grado di attivare una serie di domande e di pensieri che hanno a che fare con la difficoltà di comunicare qualcosa più grande di noi. Da subito, ancora prima di entrare nel vivo dell’esposizione, vengono messi in gioco ricordi, sentimenti e paure difficilmente esprimibili a parole – ancor più se in un’altra lingua e qualora non condivise da altri. “Le parole non bastano” per esprimere che cosa si prova a scappare da una catastrofe come la guerra civile in Siria. “L’arte, invece, è un linguaggio condiviso capace di raggiungere l’altro” – aggiunge Abir. Questo il carico emozionale da cui partire. Immediato e diretto. A esso, poi, si deve aggiungere quello visuale: i lavori di cinque artisti che, in modi e con tecniche diverse, hanno materializzato il loro viaggio lungo “una strada incerta”. Si sa da dove si parte, ma non si conosce ciò che sta per accadere.

Pittura, scultura, installazione, video e ricamo diventano la guida illustrata di un viaggio obbligato verso un esilio sconosciuto, dove la distanza, lo scorrere del tempo e la memoria sono alcune delle tematiche ricorrenti. Sono le fondamenta che permettono alle storie degli artisti di intrecciarsi e di diventare una. Quella di tutti e di nessuno che prende vita coi lavori pittorici di Mahmoud Dayoub, per poi continuare con il video The Blue Was more Distant than the Sky (2020/2021) di Nisrine Boukhari.


Muhammad Ali, A Step Into Nowhere. Foto: Peter Rosvik

Assume poi la forma dei dipinti di Rezan Arab, che sono un mix paradossale di iperrealtà e virtualità. L’artista interpreta su tela la sua vita digitale, ritraendo i suoi cari esattamente come li vede: mediati dallo schermo del telefono che rimanda una quotidianità distante e dolorosa. Al tempo stesso con e senza filtro. Qui l’attenzione lenticolare dell’artista non tralascia nulla: il bello, il nostalgico, così come l’imperfezione e il brutto. Proprio come la vita. Ed ecco che i volti dei suoi cari si sovrappongono ai numeri della tastiera del telefono, alle icone dei social network o sono deformati da una pixellatura evidente.

Si passa poi dalle due alle tre dimensioni, con l’installazione A Step into Nowhere (2021) di Muhammad Ali. In una stanza in bianco e nero alcuni oggetti impilati vengono assaliti da piccoli esserini provenienti da chissà quale dimensione fantastica. Mentre l’orologio fermo e la stanza chiaramente disabitata alludono a uno spazio remoto, l’accumulo oggettuale è un riferimento a un trasloco imminente, oppure passato – si è interrotto o non è mai avvenuto?

L’ultima tappa di questa avventura delicata è riservata a una serie di mappe di Damasco ricamate in diversi colori da Diana Jabi. Anche in questo caso, lo scorrere lento del tempo (quello impiegato per la realizzazione dell’opera) si sovrappone alla volontà mnemonica dell’artista, che ripercorre su tela le strade della sua città, punto dopo punto, alla ricerca di casa (Home Sweet Home, 2016). Alla volta di una riappropriazione, poetica e spirituale, delle sue radici.
Ed è proprio questo il senso di tutta la mostra: perdersi per poi ritrovarsi, anche in una dimensione nuova e sconosciuta.

Silvia Colombo • 2021-05-04
Silvia Colombo är konsthistoriker, museolog och skribent bosatt i Luleå. Har ett särskilt intresse för tvärvetenskapliga forskning om konst, politik, musei- samt minnesstudier.


Lyktan är en flerspråkig kulturtidskrift med ett särskilt intresse för mötet mellan språk. Med utgångspunkt i ”konst för alla” skriver vi om konst, kultur och flerspråkighet. Vi är politiskt och religiöst obundna och drivs fristående med Konstfrämjandet Västmanland som huvudman. Kontakta oss