Romanzo passato inosservato in Svezia trova il suo pubblico in traduzione

Ninni Holmnqvist. Foto: Monika Mazzitelli

L’unità è uscito in Svezia qualche anno fa senza grande successo, ma è stato molto apprezzato all’estero. Monica Mazzitelli ha intervistato l’autrice del romanzo, Ninni Holmqvist, per parlare sia dell’opera che del suo lavoro di traduttrice.

Ninni Holmqvist non è particolarmente nota come scrittrice in Svezia, è più affermata come traduttrice – principalmente dal danese – con oltre 70 libri al suo attivo. Tuttavia, il suo romanzo distopico L’unità, pubblicato in Svezia nel 2008, è stato tradotto in oltre 12 lingue in tutto il mondo, tra cui negli Stati Uniti, dove Margaret Atwood ne ha scritto lo strillo di lancio per la copertina, ottenendo molta più attenzione rispetto al Paese d’origine. È possibile che il libro sia uscito troppo in anticipo sui tempi, in Svezia?

Il tuo romanzo L’unità è stato tradotto in una decina di paesi, tra cui l’Italia. Tra i primi, gli Stati Uniti, dove Margaret Atwood ha parlato con estremo calore del tuo romanzo offrendo un suo strillo per la copertina. Cosa senti di avere in comune con il suo lavoro letterario?

– Mi ha fatto molto piacere che volesse lanciare la versione in inglese, perché la apprezzo molto come scrittrice. Quando ho scritto L’unità, avevo letto da poco Il racconto dell’ancella, quindi lo avevo interiorizzato. Anche se sono due storie molto diverse, penso che ci sia una certa somiglianza nell’atmosfera, soprattutto nella situazione di vulnerabilità. Credo che il suo romanzo mi abbia dato una spinta, in un certo senso.

Di cosa parla il libro?

– La protagonista Dorrit è single e senza figli. Nella mia storia, si è considerati “dispensabili” dalla società quando si raggiunge una certa età (50 anni per le donne e 60 per gli uomini), al contrario dei cittadini che portano valore alla società e sono per questo “utili” – quelli che vivono secondo il classico prototipo svedese della “famiglia Svensson”: lavoro tradizionale, villa, Volvo e cagnolino – e quelli che sono al contrario dispensabili: persone che non hanno una relazione stabile, un lavoro importante, dei figli, e nessuno che piangerebbe la loro morte. I “dispensabili” vengono spediti in una “struttura” (l’unità, appunto) per essere utilizzati tanto come cavie da laboratorio che come pezzi di ricambio per espianti. La suggestione di questa narrazione proviene dalla mia esperienza di vita: all’inizio di questo secolo, mi sono sentita esclusa dai contesti di socializzazione perché non avevo né partner né figli.

È un po’ strano che un romanzo che non è stato un best seller in Svezia sia stato invece così tradotto all’estero. Secondo te a cosa è dovuta questa particolarità?

– Devo dirti che quanto l’ho riletto, qualche mese fa, dopo non averlo più aperto per vent’anni, mi sono resa conto che c’erano molti aspetti che andavano in una direzione di pensiero nuova per la Svezia. Come io avessi in qualche modo predetto un certo tipo di futuro dal punto di vista socioeconomico, una deriva politica che ha a che fare con il valore attribuito agli esseri umani.

Oltre a scrivere libri tuoi, hai fatto molte traduzioni. A che quota sei arrivata?

– Ho superato le 70… Neanche io mi capacito che siano così tante!

Il tuo lavoro di traduzione ha influenzato in qualche modo la tua scrittura?

– Devo dire di sì, e in modo negativo: mi ha bloccata. Nei periodi in cui traduco, lavoro come minimo 30 ore a settimana, molto spesso 40, e quindi non mi rimane né tempo né energia per scrivere o leggere altri testi; ho bisogno di riposare sia gli occhi che la mente. Tra l’altro, se leggo un libro cartaceo vado in automatico in una sorta di ruolo di editor – cosa fastidiosissima – motivo per cui preferisco ascoltare audiolibri. Tradurre influisce anche sulla mia scrittura perché invece che andare avanti a comporre, sto lì a rimaneggiare il testo all’infinito, con il rischio di guastare tutto ciò che ho scritto in precedenza. Ma i periodi in cui non lavoro molto – magari solo dalle dieci alle venti ore a settimana – tradurre può avere invece un effetto positivo sulla mia scrittura, a qualche livello. Sono due lavori simili per molti aspetti perché – di fatto – tradurre è comunque un atto di scrittura, ma nella traduzione non ho bisogno di attivare la mia creatività allo stesso modo.


Ninni Holmqvists Enhet i nordamerikansk, svensk och italiensk upplaga.

È cambiato qualcosa nella tua scrittura a livello linguistico da quando traduci dal danese?

– Devo dire di sì, a volte mi rendo conto che quando scrivo i miei testi posso cadere in qualche danesismo – per usare un termine corrispondente all’anglicismo – come per esempio la struttura delle frasi. A volte, quando rileggo i miei manoscritti prima di inviarli all’editore, riconosco perfettamente i libri che stavo traducendo al tempo e ne riconosco le influenze. Piccole “coloriture” che devo correggere in fase di revisione.

Parlando di traduzioni, in che misura si tratta di un’operazione “automatica” di parole e frasi e in che misura è lavoro creativo?

– Direi prevalentemente creativo, solo una piccola percentuale avviene in automatico; il resto richiede una valutazione continua. La struttura della frase in danese è diversa e a volte bisogna modificare tutto per farla funzionare in svedese. E anche se a volte la traduzione va veloce, bisogna poi prendersi tempo per correggere il testo dall’inizio, sulla base dell’originale. Però è vero che a volte mi sento una specie di macchina da traduzione, soprattutto quando il volume di lavoro è così rilevante da non lasciarmi spazio per altro.

Quando traduci, ti chiedi “come posso rendere questa frase in svedese?” oppure “come avrebbe scritto l’autore/trice se fosse stato/a svedese?”

– Che bella domanda! Credo di pensare in entrambi i modi. A volte, quando non è chiaro cosa voglia dire esattamente l’autore, se il piano simbolico è preponderante o se ci sono molti giochi di parole, diventa una questione di quali sinonimi utilizzare. Devo ragionare nei termini di “cosa vuol dire l’autore con questo?”. A volte invece bisogna lavorare frase per frase e riflettere su “come suona questo in svedese?”. Nessuna traduzione può suonare come tale, è necessario che scorra con naturalezza. Io credo di lavorare con entrambi i tentacoli in azione. A volte descrivo la traduzione come una “relazione a tre” in cui devi essere fedele a entrambi i partner. Non puoi tradire nessuno dei due – il che è ovviamente impossibile. Da questo punto di vista, avere un editor è impagabile, ti aiuta a rendere tutto coerente.

Quanto usi l’intelligenza artificiale e in che modo, se lo fai?

– Non la uso. A parte cercare alcune parole o immagini su Google – per esempio capi di abbigliamento che non conosco – oppure consultare dizionari di sinonimi online, non uso mai l’intelligenza artificiale.

È passato molto tempo dall’ultima volta che hai scritto un romanzo.

– Lo so. Le traduzioni prendono sempre più spazio e tempo, e è difficile dire di no, anche per motivi economici. Quando scrivi un libro, non sai mai quanto ci guadagnerai, nonostante ci voglia molto più tempo a scrivere un romanzo che a tradurlo. Ho un progetto a cui ho iniziato a dedicarmi sei-sette anni fa, su qualcosa di molto personale e penoso a cui cerco di tornare di tanto in tanto. Ma è una gran fatica. Forse inizierò a giocare con qualche altra idea e a quel punto mi tornerà la voglia. A essere sincera, ci sono stati molti eventi dolorosi negli ultimi anni: prima la pandemia e poi la morte mia madre dopo alcuni anni di demenza. In quel periodo, non ho potuto né scrivere né tradurre e devo ammettere che non mi sono ancora ripresa del tutto. Ma c’è un processo in corso dentro di me e anche se l’idea di scrivere mi mette molta ansia, alla fine tornerò a farlo. Per il momento di accontento di avere sempre con me un quadernetto dove poter annotare i miei pensieri.

Monica Mazzitelli • 2025-10-11
Monica Mazzitelli är en italiensk-svensk regissör och författare, samt kultur- och samhällsskribent med fokus på feministiska frågor


Romanzo passato inosservato in Svezia trova il suo pubblico in traduzione

Ninni Holmnqvist. Foto: Monika Mazzitelli

L’unità è uscito in Svezia qualche anno fa senza grande successo, ma è stato molto apprezzato all’estero. Monica Mazzitelli ha intervistato l’autrice del romanzo, Ninni Holmqvist, per parlare sia dell’opera che del suo lavoro di traduttrice.

Ninni Holmqvist non è particolarmente nota come scrittrice in Svezia, è più affermata come traduttrice – principalmente dal danese – con oltre 70 libri al suo attivo. Tuttavia, il suo romanzo distopico L’unità, pubblicato in Svezia nel 2008, è stato tradotto in oltre 12 lingue in tutto il mondo, tra cui negli Stati Uniti, dove Margaret Atwood ne ha scritto lo strillo di lancio per la copertina, ottenendo molta più attenzione rispetto al Paese d’origine. È possibile che il libro sia uscito troppo in anticipo sui tempi, in Svezia?

Il tuo romanzo L’unità è stato tradotto in una decina di paesi, tra cui l’Italia. Tra i primi, gli Stati Uniti, dove Margaret Atwood ha parlato con estremo calore del tuo romanzo offrendo un suo strillo per la copertina. Cosa senti di avere in comune con il suo lavoro letterario?

– Mi ha fatto molto piacere che volesse lanciare la versione in inglese, perché la apprezzo molto come scrittrice. Quando ho scritto L’unità, avevo letto da poco Il racconto dell’ancella, quindi lo avevo interiorizzato. Anche se sono due storie molto diverse, penso che ci sia una certa somiglianza nell’atmosfera, soprattutto nella situazione di vulnerabilità. Credo che il suo romanzo mi abbia dato una spinta, in un certo senso.

Di cosa parla il libro?

– La protagonista Dorrit è single e senza figli. Nella mia storia, si è considerati “dispensabili” dalla società quando si raggiunge una certa età (50 anni per le donne e 60 per gli uomini), al contrario dei cittadini che portano valore alla società e sono per questo “utili” – quelli che vivono secondo il classico prototipo svedese della “famiglia Svensson”: lavoro tradizionale, villa, Volvo e cagnolino – e quelli che sono al contrario dispensabili: persone che non hanno una relazione stabile, un lavoro importante, dei figli, e nessuno che piangerebbe la loro morte. I “dispensabili” vengono spediti in una “struttura” (l’unità, appunto) per essere utilizzati tanto come cavie da laboratorio che come pezzi di ricambio per espianti. La suggestione di questa narrazione proviene dalla mia esperienza di vita: all’inizio di questo secolo, mi sono sentita esclusa dai contesti di socializzazione perché non avevo né partner né figli.

È un po’ strano che un romanzo che non è stato un best seller in Svezia sia stato invece così tradotto all’estero. Secondo te a cosa è dovuta questa particolarità?

– Devo dirti che quanto l’ho riletto, qualche mese fa, dopo non averlo più aperto per vent’anni, mi sono resa conto che c’erano molti aspetti che andavano in una direzione di pensiero nuova per la Svezia. Come io avessi in qualche modo predetto un certo tipo di futuro dal punto di vista socioeconomico, una deriva politica che ha a che fare con il valore attribuito agli esseri umani.

Oltre a scrivere libri tuoi, hai fatto molte traduzioni. A che quota sei arrivata?

– Ho superato le 70… Neanche io mi capacito che siano così tante!

Il tuo lavoro di traduzione ha influenzato in qualche modo la tua scrittura?

– Devo dire di sì, e in modo negativo: mi ha bloccata. Nei periodi in cui traduco, lavoro come minimo 30 ore a settimana, molto spesso 40, e quindi non mi rimane né tempo né energia per scrivere o leggere altri testi; ho bisogno di riposare sia gli occhi che la mente. Tra l’altro, se leggo un libro cartaceo vado in automatico in una sorta di ruolo di editor – cosa fastidiosissima – motivo per cui preferisco ascoltare audiolibri. Tradurre influisce anche sulla mia scrittura perché invece che andare avanti a comporre, sto lì a rimaneggiare il testo all’infinito, con il rischio di guastare tutto ciò che ho scritto in precedenza. Ma i periodi in cui non lavoro molto – magari solo dalle dieci alle venti ore a settimana – tradurre può avere invece un effetto positivo sulla mia scrittura, a qualche livello. Sono due lavori simili per molti aspetti perché – di fatto – tradurre è comunque un atto di scrittura, ma nella traduzione non ho bisogno di attivare la mia creatività allo stesso modo.


Ninni Holmqvists Enhet i nordamerikansk, svensk och italiensk upplaga.

È cambiato qualcosa nella tua scrittura a livello linguistico da quando traduci dal danese?

– Devo dire di sì, a volte mi rendo conto che quando scrivo i miei testi posso cadere in qualche danesismo – per usare un termine corrispondente all’anglicismo – come per esempio la struttura delle frasi. A volte, quando rileggo i miei manoscritti prima di inviarli all’editore, riconosco perfettamente i libri che stavo traducendo al tempo e ne riconosco le influenze. Piccole “coloriture” che devo correggere in fase di revisione.

Parlando di traduzioni, in che misura si tratta di un’operazione “automatica” di parole e frasi e in che misura è lavoro creativo?

– Direi prevalentemente creativo, solo una piccola percentuale avviene in automatico; il resto richiede una valutazione continua. La struttura della frase in danese è diversa e a volte bisogna modificare tutto per farla funzionare in svedese. E anche se a volte la traduzione va veloce, bisogna poi prendersi tempo per correggere il testo dall’inizio, sulla base dell’originale. Però è vero che a volte mi sento una specie di macchina da traduzione, soprattutto quando il volume di lavoro è così rilevante da non lasciarmi spazio per altro.

Quando traduci, ti chiedi “come posso rendere questa frase in svedese?” oppure “come avrebbe scritto l’autore/trice se fosse stato/a svedese?”

– Che bella domanda! Credo di pensare in entrambi i modi. A volte, quando non è chiaro cosa voglia dire esattamente l’autore, se il piano simbolico è preponderante o se ci sono molti giochi di parole, diventa una questione di quali sinonimi utilizzare. Devo ragionare nei termini di “cosa vuol dire l’autore con questo?”. A volte invece bisogna lavorare frase per frase e riflettere su “come suona questo in svedese?”. Nessuna traduzione può suonare come tale, è necessario che scorra con naturalezza. Io credo di lavorare con entrambi i tentacoli in azione. A volte descrivo la traduzione come una “relazione a tre” in cui devi essere fedele a entrambi i partner. Non puoi tradire nessuno dei due – il che è ovviamente impossibile. Da questo punto di vista, avere un editor è impagabile, ti aiuta a rendere tutto coerente.

Quanto usi l’intelligenza artificiale e in che modo, se lo fai?

– Non la uso. A parte cercare alcune parole o immagini su Google – per esempio capi di abbigliamento che non conosco – oppure consultare dizionari di sinonimi online, non uso mai l’intelligenza artificiale.

È passato molto tempo dall’ultima volta che hai scritto un romanzo.

– Lo so. Le traduzioni prendono sempre più spazio e tempo, e è difficile dire di no, anche per motivi economici. Quando scrivi un libro, non sai mai quanto ci guadagnerai, nonostante ci voglia molto più tempo a scrivere un romanzo che a tradurlo. Ho un progetto a cui ho iniziato a dedicarmi sei-sette anni fa, su qualcosa di molto personale e penoso a cui cerco di tornare di tanto in tanto. Ma è una gran fatica. Forse inizierò a giocare con qualche altra idea e a quel punto mi tornerà la voglia. A essere sincera, ci sono stati molti eventi dolorosi negli ultimi anni: prima la pandemia e poi la morte mia madre dopo alcuni anni di demenza. In quel periodo, non ho potuto né scrivere né tradurre e devo ammettere che non mi sono ancora ripresa del tutto. Ma c’è un processo in corso dentro di me e anche se l’idea di scrivere mi mette molta ansia, alla fine tornerò a farlo. Per il momento di accontento di avere sempre con me un quadernetto dove poter annotare i miei pensieri.

Monica Mazzitelli • 2025-10-11
Monica Mazzitelli är en italiensk-svensk regissör och författare, samt kultur- och samhällsskribent med fokus på feministiska frågor